L’EDUCAZIONE EMOTIVA NEI BAMBINI

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Nei diversi ambiti didattici ed educativi hanno luogo ordinari episodi di diversa natura e valenza nei quali il bambino vive diversi stati emotivi. É in questi momenti che si possono riscontrare nei bambini, soprattutto in quelli più piccoli che frequentano la scuola dell’infanzia, o di I° e II° elementare, due difficoltà principali: non comprendere le reali emozioni che un particolare episodio ha suscitato e non riuscire a spiegarle nel modo desiderato. Il bambino si rivolge perciò all’adulto di riferimento come l’insegnante o l’educatore per comunicare le emozioni percepite salvo poi, in taluni casi, riferirle in modo confuso e disordinato.

In entrambi i casi il bambino è facilmente indotto a rinunciare a esprimere convenientemente il proprio bisogno. Il bambino sente qualcosa che non riesce a definire e a cui dare un nome ma non è in grado di riconoscerla e narrarla nella maniera voluta, limitandosi sovente a una dichiarazione breve e poco chiara. Il bambino che non riesce a identificare e spiegare le proprie emozioni si trova ad essere in balia delle stesse ed è maggiormente frustrato, confuso e indotto a limitarsi a lasciar intendere all’adulto circa l’esistenza di una problematica, anziché soffermarsi per cercare di chiarirla (in questa circostanza l’aiuto dell’adulto, come si esporrà più avanti, è fondamentale). Ne consegue che la mancata comprensione e comunicazione delle emozioni causa la perdita della loro valenza educativa proprio a causa del fatto di rimanere sottaciute e non verbalizzate.

Se le effettive emozioni sottese all’evento non vengono adeguatamente riconosciute ed espresse restano “sospese”, e successivamente manifestate in modo apparentemente immotivato, anche nei contesti più diversi e inaspettati. Da qui nasce la necessità di riconoscere le emozioni in situazione, conferirgli un nome ad alta voce e accoglierle con la giusta comprensione ed accettazione  per scongiurare l’insorgenza della dis-educazione all’interno di un avvenimento.

Le emozioni, che siano primarie come la rabbia, la gioia, la paura, la sorpresa e il disgusto, oppure secondarie come l’empatia, l’orgoglio, la vergogna e l’invidia, abbisognano di essere vissute nella loro interezza, nella loro valenza e portata educativa, di venire comprese, ovvero prese-con-sé, onde evitare di essere accumulate e/o trasportate in altre situazioni, fuori dal luogo originario, dove potrebbero non essere comprese o assunte nella loro problematicità sia dal bambino che dall’adulto presente in quel momento, causando così un venir meno educativo. E’ da sottolineare quindi che non è esclusivamente un dato avvenimento  a creare le emozioni, ma sono le emozioni e la loro corretta comprensione e interpretazione a determinare un particolare accadimento quale evento educativo oppure  dis-educativo.

L’assetto emozionale è altamente complesso e appunto per questo è essenziale un approccio educativo avente lo scopo di sensibilizzare i bambini a riconoscere le emozioni legate agli eventi, accettare ed accogliere la compresenza di più emozioni, saperle individuare, raccontare ed  incanalare in modo produttivo per favorire non solo l’indispensabile coscienza della sfera emotiva soggettiva, ma anche di quella degli altri. L’Educazione, infatti, è l’oggetto di interesse pedagogico che consiste nella relazione del soggetto con ciò che è altro-da-sé. Ma allo stesso tempo è evidente che qualsiasi relazione educativa con gli altri non può prescindere da una valida educazione, conoscenza e comprensione di se stessi, a maggior ragione quando si parla delle emozioni e della loro indiscussa valenza sul piano educativo e formativo, e di conseguenza del loro livello di incidenza sociale anche in età adulta.

Come accennato, il ruolo degli insegnanti e degli educatori è dirimente ai fini del fruttuoso riconoscimento delle emozioni. In una data situazione il bambino, soprattutto se nella fascia di età 3-6, può non avere chiare le emozioni che percepisce e ha bisogno del prezioso aiuto dell’adulto per individuarle e spiegarle. Analogamente è bene che anche le emozioni già identificate vengano egualmente e congiuntamente discusse, in modo da essere sondate a fondo, padroneggiate, coscientizzate e autenticate  nella loro potenziale educatività.  “Che cosa ti succede?” “Cosa senti in questo momento?” sono domande che possono essere rivolte al bambino per aiutarlo a definire una situazione emotiva che lo investe in maniera consistente e improvvisa, causandogli uno stato di confusione che richiede ordine e chiarificazione per essere invece educativamente e positivamente vissuta. Ciò è necessario anche per educare i bambini a distinguere le emozioni nascenti e a comunicarle perfino prima che si manifestino apertamente  ( es. “sento che mi sto arrabbiando”). Anche le emozioni cosiddette “negative” come la rabbia, la paura e la tristezza, infatti, contengono un’importante e indiscutibile potere formativo. A differenza di ciò che si potrebbe pensare queste non vanno sempre risolte con un’affrettata e semplicistica “sdrammatizzazione”, bensì assunte nella loro possibilità educativa all’essenziale scopo di conferire un significato educativo all’evento che le ha suscitate. Lo stesso principio si applica anche all’accettazione della compresenza della pluralità emozionale all’interno di uno stesso avvenimento. Questa concomitanza potrebbe generare nel bambino frustrazione, confusione, un’incapacità decisionale rispetto alle azioni e quindi un impedimento potenzialmente diseducativo di fronte ad una situazione emotiva che egli non riesce a controllare autonomamente. Di fronte alla difficoltà nella gestione emotiva bambini e adulti operano talvolta una comoda via di fuga, reprimendo l’emozione considerata dannosa per lo stato di benessere, inibendo di fatto il suo naturale decorso. È bene ricordare però che non esistono emozioni positive o negative, giuste o sbagliate, ma stati emotivi proporzionati e coerenti alla soggettività del bambino, aventi comunque come scopo fondamentale e funzionale quello di esperire gli eventi. Se le emozioni non vengono chiarite, accettate per come si manifestano e interpretate in situazione esse causano conflitto e disequilibrio e l’evento che conteneva una possibilità educativa diventerà di natura dis-educativa perché le emozioni non assunte nella loro valenza educante si saranno deformate in un sentimento negativo, ovvero un’emozione ormai stabilizzata, originando quindi dis-educazione. Ciò si determina maggiormente al perpetuarsi della medesima mancanza di responsabilità educativa. A questo proposito è importante sottolineare che al di là del vissuto emozionale legato all’evento qualsiasi accadimento può diventare formativo ed educativo, deformativo e diseducativo, proprio in ragione dell’interpretazione e del significato ( oppure della loro mancanza) che gli viene conferito.

In queste circostanze il ruolo pedagogico degli educatori e degli insegnanti è importantissimo per sostenere il bambino in questo processo. Per quanto gli episodi che fanno scaturire le emozioni facciano parte integrante della quotidianità e possano inizialmente apparire usuali e ordinari non devono essere sottovalutati, bensì considerati nella loro (stra)ordinaria ragion d’essere. L’importanza di ciò si dimostra dopo aver verificato e sondato emozioni vissute dai bambini che gli stessi non erano riusciti a comprendere e che avevano riferito agli insegnanti o agli educatori in modo opaco e apparentemente privo di rilevanza educativa. Questa fondamentale consapevolezza garantisce che insegnanti ed educatori assumano ogni avvenimento e ogni emozione del bambino nella sua valenza pedagogica.

Questa attività di riflessione, coadiuvata dall’adulto, colloca il bambino nel qui e ora, lo sospinge ad operare un pensiero relativo all’avvenimento, a comprenderne le cause e gli effetti, a riconoscere con razionalità le emozioni vissute dapprima soggettivamente, ad interpretarle e ad attribuire loro un significato concretando e ultimando in tal modo l’avvenuto processo educativo.

L’educazione alle emozioni, meglio se svolta con il monitoraggio e la supervisione di un professionista con competenze squisitamente pedagogiche, ha lo scopo di affondare le robuste radici di una “sempreverde” educazione.

 ” Il bambino è il padre dell’Uomo” ( Maria Montessori)

Dott.ssa Valeria Reda