La Giustizia Educata

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All’interno del lungo processo educativo che coinvolge tutta l’esistenza inizia a formarsi, dopo il settimo anno di età del bambino, la sfera dell’astrazione, dell’intellettualizzazione e della moralità. In concomitanza a ciò si forgia in lui anche il concetto di “Giustizia”. Come avviene in qualsiasi fase trasformativa del soggetto ciò che è dirimente ai fini di un passaggio maturo e progredito tra una fase e l’altra della vita è l’Educazione. Il compito di educere (“condurre fuori”) le potenzialità del bambino appartiene alla figura adulta, nel segno costante della relazione educativa. Il significato di Giustizia, che generalmente inizia a svilupparsi in questo periodo, tuttavia non risulta sempre essere interiorizzato, pur essendo l’età compresa tra i 7 e i 12 anni favorevole a questo traguardo. Vi è al contrario una concezione falsata e ingenua di essa, che rischia di inficiare il processo evolutivo in questione. La giustizia comunemente intesa e che in diversi casi, non giunge a maturazione nel bambino, è quella legata all’Eteronomia morale, che per dirla con Piaget, corrisponde allo stadio preoperatorio che va dai 2 anni ai 7 anni. Essa consiste nella mera osservazione normativa, ovvero nel rispetto delle regole dettate dal mondo esterno, come per esempio quelle di genitori e insegnanti. Una moralità evoluta, invece, considera la giustizia improntandola sulla reciprocità, l’intenzionalità e la comprensione della responsabilità delle proprie azioni commisurandole ai bisogni degli altri,  anziché sull’obbedienza a norme provenienti da fuori. Si parla in questo secondo caso di Autonomia morale, che dovrebbe per l’appunto svilupparsi ed essere educata a partire dal settimo anno.

Come accennato, però, la concezione di giustizia tendenzialmente in uso nelle agenzie di socializzazione primarie, quali la famiglia e la scuola, e che si trasferisce di conseguenza anche nei diversi contesti di vita, permanendo come fondamento dell’agire, è la “giustizia distributiva”. Essa si attua nella ripartizione equa di premi, castighi, e oggetti di sorta, ma che difetta per il fatto di non considerare i reali e specifici bisogni di ognuno. Questo tipo di giustizia è ben lontana dall’idea pedagogica di Educazione, che si realizza al contrario nel potenziamento delle rispettive unicità e dei singoli bisogni, a cui pertanto è doveroso rispondere in maniera personalizzata, anzichè semplicisticamente equa. Una giustizia distributiva genera sostanzialmente bambini indifferenti, ossia incapaci di relazionarsi agli altri secondo un approccio fondato sull’empatia e la responsabilità. La giustizia “vera”, pedagogicamente intesa, e che necessita di essere educata, è invece quella di tipo etico, dove ciò che motiva il bambino a rispettare le regole non è né l’imperativo che proviene dalle figure adulte, né la paura della sanzione, bensì il desiderio intenzionale. In sostanza, “VOLER DOVERE, NON DOVER VOLERE”.

 

Young child sitting in corner as punishment

Quando si parla del concetto di Giustizia è quasi inevitabile introdurre le questioni delle punizioni ad essa legate. La punizione viene infatti abitualmente utilizzata dall’adulto quale strumento atto correggere il bambino che si comporta in maniera scorretta o sconveniente. Tuttavia,  un rischio legato alla semplice punizione, è che il bambino segua le regole, non perchè rappresentino le linee guida per un benessere socialmente condiviso, ma solo perché teme le ripercussioni nelle quali potrebbe incorrere a causa delle loro infrazione. Certi tipi di punizione, inoltre, hanno lo svantaggio di contenere una nota vendicativa.

Esempio: “Hai rotto il vaso che ti avevo detto di non toccare! Per punizione non andrai al compleanno del tuo amico questo week end!” In questo caso non solo la “misura correttiva” del genitore non è coerente con l’accaduto, ma non contempla nemmeno una parvenza di rieducativa. Di fronte a situazioni come quella riportata in esempio è preferibile allora una scelta legata alla logica conseguenza: “Hai rotto il vaso che non dovevi toccare! Adesso pulisci!” ( è da sottolineare l’importanza di una risposta educativa che sia direttamente collegata all’azione, ma anche circoscritta a tempi ragionevoli che il bambino è in grado di percepire chiaramente). Se la risposta dell’adulto all’errore del bambino non sottende la ri-educazione, ma solo una punizione (espressa con un accessorio innalzamento di voce portata all’eccesso, e slegata dall’evento) il passaggio dall’eteronomia all’autonomia morale, e quindi all’interiorizzazione della regola, viene inficiato creando un venir meno educativo. Viceversa, nei bambini in cui è già avvenuto il passaggio alla morale autonoma la “punizione” di chi ha commesso l’errore nascerà come esito spontaneo dell’azione.

Esempio: “Quando giochiamo insieme tu bari sempre, quindi adesso non vogliamo più giocare con te”

In sostanza, la mera punizione non solo non guida il bambino verso un comportamento adeguato, ma propone un modello educativo basato sull’espiazione della colpa (fine a se stessa) che egli tenderà ad apprendere ed imitare in futuro. E’ preferibile invece avvalersi di strategie educative come i rinforzi, ovvero ricompense indissolubilmente legate alla correttezza del comportamento che, oltre a gratificare nell’immediato, favoriscono l’educazione efficace a lungo termine.

Se l’idea di giustizia consiste nello sviluppo della volontà cosciente, che si accresce grazie al ruolo dell’Educazione, anche l’errore contempla e sottende sempre potenzialità educative e il delicato, ma anche doveroso, compito dell’adulto, è quello di offrirle al bambino in modo da non ostacolarlo, bensì favorirlo al meglio nello sviluppo delle sue potenzialità.

” …nostro scopo è di disciplinare all’attività, al lavoro, al bene;

non all’immobilità, alla passività, all’obbedienza”

( Maria Montessori)

 

 

Dott.ssa Valeria Reda